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Ladri di biciclette

Locandina Ladri di biciclette
Anno:
1948
Durata:
93 min

Cast artistico e tecnico

Note di regia

Sinossi

Roma, dopo la seconda guerra mondiale, in un quartiere popolare. Dei disoccupati si accalcano presso un ufficio di collocamento. Tra di essi, Antonio Ricci potrebbe avere un lavoro da attacchino municipale, ma avrebbe bisogno di una bicicletta, e la sua è impegnata al banco dei pegni. La moglie Maria è costretta a impegnare tutte le lenzuola di casa per riscattarla. Il giorno dopo, accompagnato il figlio Bruno dal benzinaio, dove lavora come aiutante, Antonio è pronto, con la divisa, a lavorare. Ma dopo qualche ora la bicicletta gli viene rubata, inseguire il ladro è inutile, né la polizia lo prende in considerazione per una denuncia. Non resta che andare a cercare tra i ricettatori di Piazza Vittorio e Porta Portese. Ma anche qui la bicicletta non viene fuori. Una “santona” che aveva predetto che avrebbe trovato lavoro ora gli dice sibillina che “o la ritrova subito o mai più”. Visto per caso e riconosciuto il ladro in compagnia di un barbone, per costringere il secondo a parlare del primo, lo segue in una mensa dei poveri. Ma anche con il recapito del ladro, protetto dagli amici del quartiere malfamanto dove vive, non riesce a ottenere da questo la restituzione della bicicletta. Antonio è arrivato a prendersela con Bruno, dandogli uno schiaffo di cui si pente. Ogni giro sembra infruttuoso, ma mentre sta tornando, davanti allo stadio, Antonio vede una bicicletta incustodita e tenta di rubarla. È fermato e aggredito dalla folla che poi lo lascia andare vedendo il pianto disperato del bambino. Ormai è quasi notte e non resta che tornare a casa, amareggiati, ma tenendosi per mano.

Note a margine

Nella Roma della ricostruzione, un operaio disoccupato e padre di famiglia che pedala sulla sua bicicletta è fiero del suo berretto da attacchino che indossa e che sancisce il suo nuovo status, ma mentre è impegnato ad attaccare un manifesto, guarda caso cinematografico (dal quale la star hollywoodiana Rita Hayworth sembra guardare da un altro pianeta), due balordi gli rubano la bicicletta. La ricerca lo mette in contatto con il ladro, un giovane malandato, se possibile più disgraziato di lui. Quando poi cerca di rubarne una a sua volta, l’uomo finisce umiliato davanti al figlio (il pianto del giovane attore è noto come fosse stato ottenuto da De Sica con uno stratagemma: infilandogli delle monetine in tasca e poi accusandolo). Insomma, un film ancora legato alla guerra, finita da poco, e che indica la via verso un futuro ignoto e indecifrabile.

La sceneggiatura costruisce con sapiente maestria il percorso del povero Ricci attraverso una serie di luoghi istituzionali (esterni girati a Roma in val Melaina, Porta Portese, Piazza Vittorio, via del Tritone, stadio Flaminio, Porta Pinciana, Porta Pia, via Salaria) che finiscono col ribadire la loro sostanziale indifferenza alle sue sorti, impegnati in qualcosa che sembra essere più importante e urgente: il commissariato, la sezione sindacale, la chiesa ecc. Ricci li attraversa senza troppa fiducia nel loro aiuto, tutto preso dalla sua febbrile, animalesca ricerca. Eppure, il finale non concede nulla alla facile retorica strappalacrime. Nel mondo che circonda Ricci non c’è neppure cattiveria o premeditata persecuzione, solo quell’indifferenza dovuta alla lotta d’ognuno per la propria sopravvivenza, in un momento difficile (ma comune) della storia italiana.

La parte di Lamberto Maggiorani, operaio della Breda, secondo i produttori americani, poi “licenziati” da De Sica, doveva essere affidata al divo Cary Grant. Sotto la piggia, nella scena girata a Porta Portese, compare anche Sergio Leone, vestito da seminarista. La regia di De Sica è improntata al più genuino e rigoroso “neorealismo italiano”: niente teatro di posa, solo le strade di Roma e interni reali; interpreti senza esperienza di recitazione, “presi dalla strada”. De Sica ha effettuato centinaia di provini prima di decidere a chi affidare i ruoli dell’operaio e del bambino. Così come nella recitazione, anche nella messa in scena il regista punta a quella trasparenza che è funzionale all'”oggettività” della rappresentazione che l’estetica neorealista persegue. L’effetto “casualità”, la sensazione di “realtà colta in fragrante” sono il risultato di un grande lavoro di preparazione.

Il film vinse il premio Oscar (e una nomination per la sceneggiatura), oltre a diversi altri premi.

Selezione film

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